RITORNA
ALL'INDICE DELLA DISCOGRAFIA
|

Copertina

Versione
CD
VAI
ALLO SPECIALE REMASTER
|
VERSIONE
MONDIALE
Rilasciata
in Europa e USA il 28 Giugno 1985, il 5
Agosto 1983 in Australia. Registrato ai
Mountain Studios di Montreux, Svizzera.
Prodotto da Angus e Malcolm Young.
1.
Fly On The Wall
2.
Shake Your Foundations
3.
First Blood
4.
Danger
5.
Sink The Pink
6.
Playing With Girls
7.
Stand Up
8.
Hell Or High Water
9.
Back In Business
10.
Send For The Man
Tutte
le canzoni firmate (Young/Young/Johnson)
Lineup
registrazione:
Angus
Young
- Chitarra
Malcolm
Young
- Chitarra
Simon
Wright - Batteria
Cliff
Williams - Basso
Brian
Johnson - Voce
|
| CANZONI
PUBBLICATE COME SINGOLI |
-
Danger
-
Sink
the pink
-
Shake
your foundations
|
Recensione
di Gibson SG
gibsonsg@acdc-italia.com
La
carriera degli AC/DC è costellata di successi
clamorosi, un posto nella storia come la band di
musica “pesante” in questo caso generalizzata
come “Hard Rock”, che più ha venduto in
assoluto.
Ed
Angus Young è realmente un monumento del rock,
forse l’icona più rappresentativa di questo
genere, tanto da essere rispettato ed amato da più
di vent’anni, e l’introduzione nella Rock’n
Roll Hall of Fame nel Marzo 2003, non è che il
minimo si possa tributare ad una band che con
quattro accordi e idee da vendere, ha scritto e
continua a farlo, le migliori pagine di questo
genere tanto amato.
Tutta
questa gloria costruita in quasi trent’anni, non
sempre è passata per territori felici, e non
sempre le decisioni dei nostri, per quanto ovvie o
inevitabili potessero sembrare, si sono rivelate
azzeccate.
Dopo
il clamoroso successo di Back in Black del 1980,
che ha annoverato i nostri nell’olimpo delle
Rock Stars, e dopo “For those about to Rock”
(1981), grandissima riconferma, degno follow-up di
un disco tanto importante, arrivò “Flick of the
Switch” (1983), un’episodio che divise molti
pareri.
Ormai
abbandonata la raffinatissima produzione di Mutt
Lange, che fece esplodere i nostri nelle radio di
tutto il mondo, il primo tentativo di
auto-produzione da parte di Malcolm e Angus Young,
ovvero “Flick of the Switch”, fece calare lo
standard qualitativo della band, pur essendo un
buon disco, e deluse parecchio le aspettative, per
via del tentativo di tornare al sound grezzo degli
esordi, che però, non convinse molto.
Fu
in questo momento che gli Young, al momento di
incidere il successivo album in studio, non
abbandonarono la strada scelta, scelsero ancora di
auto-prodursi, e con il nuovo batterista Simon
Wright , (che prese parte al tour di Flick of the
switch, dopo l’abbandono di Phil Rudd),
si avventurarono nella registrazione del
loro disco più discusso e controverso, “Fly on
the Wall”, uscito nel Giugno 1985.
Sicuramente
dati i deludenti risultati ottenuti (almeno per lo
standard raggiunto), si optò per creare
un’album al passo coi tempi, a livello di sound,
e di seguire una certa corrente di rock della metà
degli anni 80, e forse fu questo l’errore più
grande, abbandonare il proprio sound , tanto caro
ai fans, con la convinzione che riproponendosi al
“passo coi tempi”, aiutasse a recuperare un
po’ della credibilità perduta con l’album
precedente. E’
importante capire bene il contesto dell’uscita
di quest’album, perché aiuta a comprendere
meglio i perché di certe scelte, certe sonorità
e certi stessi brani.
Innanzi
tutto la cosa che più caratterizza “Fly on the
Wall” è il sound generale dell’album, per
alcuni veramente sgradevole, chitarre molto
distorte e poco presenti, una batteria piatta e
con veramente poca personalità e soprattutto un
‘effetto alla voce di Brian Johnson, un
riverbero molto pesante, che ne disperde
addirittura gran parte della presenza, unito tutto
a delle composizioni (tranne qualche eccezione),
veramente sotto tono. Il
brano di apertura, la stessa “Fly
on the Wall”,si
distingue bene nel contesto di quest’album, un
pezzo molto energico, molto AC/DC,
qualitativamente sicuramente uno dei migliori
dell’intero disco, a anche la successiva, “Shake
your foundations”
spicca anche confrontata con brani tratti da altri
album, di livello generale superiore.
Un’intro
in chiaro stile Angus Young, una figura ritmica
giocata sui bicordi, che ha fatto la fortuna di
molti brani, vedi “Put the finger on you”,
“Shoot to thrill” e “For those about to
rock”. L’apertura
dell’album (che ci riserva in là un’altra
sorpresa), e a mio avviso molto convincente,
peccato per il sound poco nitido e saturo di
riverberi. Con
“First Blood” e “Danger”
l’album scende inesorabilmente sia di stile che
di convinzione, composizioni (in particolar modo
Danger), veramente fiacche, quest’ultima
contiene qualche idea d’arrangiamento
apprezzabile, da parte di Angus Young, è la sua
chitarra infatti che mantiene il contatto con
l’ascoltatore, essendo così tremendamente
personale.
Il
drumming di Wright al contrario, delude, le parti
di batteria risultano tremendamente monotone e ciò
non aiuta certo l’andazzo dell’album, già
cosi pregiudicato da infelici scelte di
produzione. L’ultimo
brano del primo lato,”Sink
the Pink” è
l’unico highlights del disco, un brano veramente
bello, molto travolgente, forse insieme a Fly on
the Wall, l’unico brano andato veramente a
centro. E’ infatti
qui che il disco centra pienamente l’obiettivo,
tentare di riproporre gli AC/DC con una formula
molto anni 80, che suoni attuale, ma che mantenga
lo spirito hard blues del gruppo. Impresa
riuscita nuovamente ed involontariamente nel 1993,
con il brano “Big Gun”, e anche in parte con
l’album “The Razors’ Edge” del 1990, ma
quest’ultimo non senza qualche polemica.
Il
lato B si apre con “Playing
with girls” brano
quasi metal, che bene o male né segue gli schemi,
in questo brano, piccola nota tecnica, gli AC/DC
(che da sempre usano accordi di chitarra
“aperti” che danno un grande suond
d’insieme, loro marchio di fabbrica, e che hanno
definito il loro stile così rock’n roll, in
questo caso non unico nel disco), abbandonano
questa strada, a favore di uno stile esecutivo e
di accordi stessi, puramente in stile metal, che
unito alla grossa distorsione dell’album, rende
i nostri quasi irriconoscibili, se non per la voce
del buon Johnson, ma anch’essa qui sacrificata.
Cioè accade, un grande
distaccamento, sia
concettuale che addirittura tecnico, nei
confronti del loro stile già ben definito negli
album precedenti.
“Stand
Up”, “Hell
or High Water” e “Back
in business” sono i
maggiori artefici del decadimento di
quest’album, brani ripetitivi e monotoni, certo,
puntualizzo, se ascoltato paragonandolo ad altri
episodi migliori, io personalmente lo ascolto
sempre volentieri, anche se devo dirlo, spesso mi
annoia. “Send for
the Man” non toglie
e non aggiunge niente all’andazzo dell’album,
però si distingue per un vago spirito rock, un
certo sentore di fierezza, ma che in sostanza poco
ha in comune con brani di dischi magnifici come
“Let There Be Rock”, “Highway to Hell” e
“Back in Black”.
Il
disco è da prendere così com’è, piace o non
piace, ho cercato più che atro di analizzare i
perché di una scelta di produzione come questa,
e soprattutto una tale scelta di brani.
Sicuramente
il periodo di quest’album fu sicuramente
sottotono, compositivamente parlando, mentre il
live si dimostrò bene o male qualitativamente
simile alle precedenti tournee, il che ha
rappresentato occasione di riscatto per Simon
Wright, entrato nella band nel periodo sicuramente
meno propizio.