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Copertina

Copertina
Australiana
Versione Mondiale (CD)
Versione Mondiale Remaster
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|
VERSIONE
AUSTRALIANA
Rilasciata
in Australia il 20 Settembre 1976.
Registrato a Sydney, Australia presso gli
Albert Studios. Prodotto da Harry Vanda
& George Young.
1.
Dirty Deeds Done Dirt Cheap
2. Ain't no fun (Waitin 'Round To Be
A Millionaire)
3. There's gonna be some rockin
4. Problem Child
5. Squealer
6. Big Balls
7. R.I.P (Rock In Peace)
8. Ride On
9. Jailbreak
Tutte
le canzoni firmate (Young/Young/Scott)
Lineup
registrazione:
Angus
Young
- Chitarra
Malcolm
Young
- Chitarra
Bon
Scott
- Voce
Mark
Evans
- Basso
Phil
Rudd - Batteria
VERSIONE
MONDIALE
Rilasciata
in Europa il 17 Dicembre 1976. Rilasciato
in USA il 23 Marzo 1981. Registrato a
Sydney, Australia presso gli Albert
Studios. Prodotto da Harry Vanda &
George Young.
Altro
degno di nota:
L'album
fu pubblicato in America solo nel 1981. Il numero
telefonico 3624360 citato in 'Dirty Deeds Done
Dirt Cheap' apparteneva ad una donna canadese, che
ricevette parecche telefonate oscene a tal punto
da sporgere denuncia al gruppo stesso. Il titolo
dell'album significa infatti "Lavori sporchi
a basso prezzo"
1.
Dirty deeds done dirt cheap
2.
Love at first fell
3.
Big balls
4.
Rocker
5.
Problem Child
6.
There's gonna be some rockin'
7.
Ain't no fun (waiting round to be a
millionaire)
8.
Ride on
9.
Squealer
Tutte
le canzoni firmate (Young/Young/Scott)
Lineup
registrazione:
Angus
Young -
Chitarra
Malcolm
Young -
Chitarra
Bon
Scott -
Voce
Mark
Evans
- Basso
Phil
Rudd - Batteria
|
| CANZONI
PUBBLICATE COME SINGOLI |
-
TNT/Rocker
-
Jailbreak/Fling Thing
-
Dirty deeds done dirt cheap/R.I.P
-
Love at first feel/Problem Child
|
Recensione
di Gibson SG
gibsonsg@acdc-italia.com
“Dirty
deeds done dirt cheap”,
ovvero sporchi affari a basso prezzo,
sporchi sia titolo che musica, in uno degli album
in assoluto più sanguigni e grezzi degli AC/DC.
Uscito nell’ottobre del 1976 in Australia ed
Europa, fu un’ulteriore conferma del rabbioso
hard boogie della band, che diede ulteriore
argomento d’odio per i detrattori, soprattutto i
giornalisti inglesi, che tanto avevano odiato la
band, durante la trasferta britannica a partire
dall’aprile 1976, ma che alimentò
l’ammirazione dei fans già affezionati, e ne
portò di nuovi.Ed è a mio avviso affascinante,
l’accoglienza di quest’album negli Stati
Uniti, dopo la ritardataria pubblicazione del
1981, uscito alla luce di “Back in Black”, e
sulla scia della commozione post-Bon Scott, finì
per vendere ben 6 milioni di copie, 4 volte tanto
“Let there be rock”, album molto più adatto
per il capriccioso mercato americano.
Fa
sorridere il fatto che, se fosse uscito nel 1976
come nel resto del mondo, avrebbe sicuramente
venduto molto meno, e anzi, sicuramente avrebbe
suscitato un polverone di critiche, un album con
delle sonorità così grezze e “vecchie”, di
sano e robusto rock’n roll, in un paese dove
anche il già citato “Let there be rock”, come
ho già detto di gran lunga più adatto, divise i
pareri l’anno successivo, tra rinascita
dell’Hard Rock e scandalo sonoro.Di fatto
“Dirty deeds” non aggiunse e non tolse nulla
alla musica degli AC/DC, se non una piccola
ulterirore dose di personalità.
L’album
è una discesa nei bassifondi del rock’n roll e
del boogie più malconcio, un viaggio in un locale
pieno di fumo e con birra che scorre a fiumi,
donne “facili” e tipi loschi, questo mi fa
venire in mente ques’album, a mio parere il più
“malandato” della carriera degli AC/DC, e per
malandato intendo dire intenzionalmente grezzo e
sporco, dalle tematiche che vanno dall’ambiente
scolastico in rivolta, all’amore viscerale e
fisico di Bon Scott, alla corsa verso il successo
tra bettole e puttane, alle confessione di
alcolizzati pentiti e redenti.
Un’album
che si ama o si odia, che facilmente può
entusiasmare, ma anche annoiare, che può
sorprendere e innovare, e può sembrare ripetitivo
e scontato, soprattutto “difficile”
all’ascolto, forse troppo hard per essere rock
n’ boogie, troppo soft per essere Hard Rock, un
disco dove un brano “facile” e spiritoso
carico di doppi sensi come “Big Balls”,
convive con la cattiveria e la pazzia di “Dirty
deeds…”, dove la malinconia di “Ride On”
convive con la sensualità e la tenacia di
“Squealer”….. Questi sono gli AC/DC del
1976, bastardi, agitati, carichi, sporchi e poco
raccomandabili, ed il loro “Dirty deeds done
dirt cheap” ne è la testimonianza, a partire
dall’originale copertina Australiana, che mostra
i nostri in una sala biliardo, con Angus che fa
bella mostra di un saluto a due dita.
(L’equivalente anglosassone del nostro dito
medio alzato)………
Per
questo mi piace “Dirty deeds…” perché è
come volesse dire “Vaffanculo” al mondo,
direttamente dalla sala biliardo di un fumoso e
sporco bar di periferia, che è esattamente, come
ho detto prima, quello che più l’album mi
ispira.Ma apriamo la sudicia porta ed
entriamo…………
La
title track, ovvero “Dirty
deeds….”,
è una vera e propria pietra miliare della
carriera degli AC/DC, un vero colpo di coda, un
brano cha dà un senso di “cattiveria”
veramente notevole, una successione di accordi di
certo non originale, ma che danno una
efficacissima sensazione di nervosismo e oscuro
malumore.
Brano
sempre eseguito dal vivo, e che mai ha
perso di efficacia, nonostante i suoi
rispettabilissimi 28 anni di età, e soprattutto
un brano che fece crescere di stile gli AC/DC, e
che preannunciò quella rabbia crescente, che poi
esplose nel 1977 con “Let there be Rock”,
insomma, tirando le somme un grande ed innovativo
brano, per i giovani furibondi AC/DC.
“Love
at first feel”,
è un brano più rilassato e “canonico”, molto
AC/DC stilisticamente parlando, i classici tre
accordi accattivanti e di gran convinzione,
ritmica boogie e chitarre Rock n ‘Roll, il mix
vincente degli AC/DC anni 70.Con “Big
Balls”,
Bon Scott prende la palla e si rivela mattatore,
un brano carico di doppi sensi, spiritoso e
scanzonato, un’episodio atipico per gli AC/DC,
anche musicalmente, un altro boogie semplice e
immediato perfetto per le liriche birichine di
Scott.
Un
finale caotico e indecifrabile di “Big Balls”
introduce “Rocker”,
un tributo vero e proprio dei nostri al Rock’n
Roll, il brano non è altro che un classico Rock
n’Roll 12 battute, energico ed instancabile,
soprattutto dal vivo, nella memorabile versione
del live “If you want blood” del 1978.Fino a
qui “Dirty deeds..” non ci ha regalato una
band di Rock ad alto voltaggio, ma ci ha regalato
LA band di rock ad alto voltaggio. La più grande.
L’innovazione
stilistica si è avuta solo sulla title track, ma
è a questo punto del disco, che i nostri
cominciano a lanciare fiammate di leggenda, con “Problem
Child”
forse uno dei brani più belli in assoluto, molto
originale e personale, un pezzo che contiene tutto
l’universo AC/DC, semplicità, energia, fascino,
e come ho scritto in altre recensioni, e non mi
stancherò mai di dirlo, quel senso di immortalità,
che solo i grandi sanno donare alle proprie
canzoni.
I
successivi due brani, ovvero il lato B
dell’originale versione in vinile, sono quelli
che, maggiormente danno l’impressione al disco
di ristagnare leggermente su di un terreno già
battuto.
Per
spiegarmi meglio vorrei citare una frase di
qualche anno fa, del grande Eddie Van Halen, che
disse: “Dicono che gli AC/DC suonino la stessa
canzone da vent’anni….. sarà così, ma è una
grande canzone!!!”.
Ed
è proprio qui il punto, il vero Rock n’Roll,
anche il più classico, interpretato dai suoi più
grandi esponenti, come disse Mark Putterford , 0%
innovazione, 100% AC/DC.
“There’s
gonna be some rockin’”
è il rock n’roll allo stato puro, ma sempre, e
sarà sempre così, con quel portamento boogie che
solo gli AC/DC hanno saputo dare ai loro brani.
“Ain’t
no fun”
invece, brano più melodico e “d’autore”, si
muove su strade diverse, il “solito” rock n’roll,
ma con qualcosa di più, un leggero senso
melodico, che fa del pezzo un’episodio strano,
per alcuni noioso, essendo il pezzo in funzione
del testo di Bon Scott, che dilungandosi un po’,
rende il brano un po’ troppo lungo.
Testo
che parla di un rocker e della sua vita alla
ricerca del successo, memorabile la frase finale,
epilogo del pezzo: “Hello
Howard, how ya doin'….. my next door neighbour……
Oh
Yeah.......
Get
your fuckin' jumbo jet off my airport......”
Testimonianza
di come il senso dell’umorismo, soprattutto da
parte di Scott, fosse una componente stabile della
musica degli AC/DC, mai prendersi troppo sul
serio.
Quello che ho appena detto, di fronte al brano
successivo dell’album, potrebbe quasi essere una
contraddizione, essendo “Ride
On”,
l’unico lento mai inciso dagli AC/DC, ma anche
il più riflessivo e anche triste se vogliamo, nel
suo sapore tristemente autobiografico, rivelatosi
poi premonizione di tristissime sciagure.
Canzone
bellissima e di sapore blues, parla di un bevitore
incallito che di fronte a mille perdite, promette
di cambiare le proprie pessime abitudini, su uno
sfondo di chitarre appena appoggiate, con un solo
di Angus Young, veramente “sofferto” e urlato,
da un chitarrista che sa veramente cos’è il
blues, il senso della misura, lo stile, il
feeling.
La
morte di Scott, rese questo brano una sorta di
testamento, da parte di un’uomo innamorato del
rock, che mai abbandonò la propria strada, anche
a discapito della propria vita, e molto brutta è
la sensazione, quando di fronte alla solita lista
di illustri morti nel mondo del rock, soprattutto
a causa alcool, spesso venga tralasciato il nome
di Bon Scott, cantante che mai ha avuto il giusto
riconoscimento.
Dopo
la parentesi “Ride On”, gli AC/DC tornano ad
essere i soliti assordanti sciupafemmine,
ovviamente capitanati da Bon Scott, e “Squealer”,
il pezzo di chiusura, è uno dei brani in assoluto
più sensuali e accattivanti di sempre, la linea
di basso soprattutto, così differente dalla
musica degli AC/DC, che aggiunge un altro tassello
allo stile della band, e né dimostra la capacità
creativa, anche al di là del loro genere
portante.
Il
disco che ho esaminato è avviamente la versione
più conosciuta, pubblicata in tutto il mondo, a
partire dall’edizione inglese del 1976, la
versione originale Australiana, vede “R.I.P.
Rock in Peace” al posto di “Rocker”, (che
comunque né fa le veci ma leggermente sottotono),
e infine un brano in più, la leggendaria e
monumentale “Jailbreak”.
In
sostanza, “Dirty deeds done dirt cheap”, è il
disco degli episodi atipici, (“Big balls”, “RideOn”),del
boogie forsennato, (“There’s gonna be some
rockin’”, “Love at first feel”), del
rock’n roll furibondo (“Rocker”) e contiene
ben due grandi classici, (“Dirty deeds….”,
“Problem Child”).
Il
tutto lo rende una sorta di universo variopinto,
ma per chi non conosce il genere anche un’ album
noiosissimo di vecchio Rock’n roll, ed è
proprio questa è la grandezza di “Dirty deeds….”,
ovvero prendere o lasciare.
In
questo album, i giovani AC/DC erano già grandi.