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to Carling Home
Un
tuffo nella storia di quello che fu il leggendario
London Hammersmith di Londra.Ma anzitutto un
ritrovo di fan provenienti da tutto il continente,
pubblico eterogeneo come non mai, entusiasmato
all’idea di poter gustare gli AC/DC in una
versione diversa da quella di “band da stadio”
che tutti conosciamo
.Si sappia che ogni
concerto è storia a sé e si consideri che ogni
fan attraversa la sua “autostrada per
l’inferno” nel raggiungere gli AC/DC dovunque
si esibiscano. Si
tenga presente che un viaggio è prima di tutto
fuga da se stessi, ma nel caso degli AC/DC è un
ritrovarsi in quel suono caldo che avvolge i loro
concerti.
Non
sono neanche le 9 AM che già un bel po’ di
gente fa con pazienza la fila di fronte
all’entrata del Carling. Il freddo è notevole,
la determinazione dei presenti pure. Ci si scambia
qualche sorriso, si osservano gli altri, alcuni
approfittano per incontrarsi con degli amici,
altri leggono un libro. Tre tedeschi danno
spettacolo esibendo i loro giubbotti in jeans
letteralmente foderati di toppe dei Seedies, altro
tuffo nella storia, altre emozioni passate
itineranti.
Leggermente
prima dell’apertura, uno degli organizzatori –
che azzarderei essere il vero e proprio promotore
dell’iniziativa-, scatta con un piglio tutto
inglese delle foto a noi “temerari del freddo
mattutino”, certo non riscuotendo una grossa
audience, né captando più di tanto
l’attenzione dei fan.
Nel frattempo va detto che i pochi fortunati
vincitori dei 20 biglietti che davano diritto ad
assistere al sound check dei Mitici, più una
decina di altrettanto fortunati e caparbi che per
primi, erano accorsi a far la fila per riscuotere
i biglietti del concerto, sono stati chiamati
all’interno del teatro proprio per vedere una
mini esibizione dei cinque ragazzacci, che hanno
eseguito nientepopodimeno
che “Gone shootin”, “If you want blood” e
“T.N.T.”, quest’ultima con tanto di coro
del piccolo pubblico.
Fuori
dal Carling la fila cresce esponenzialmente di
minuto in minuto e la folla si colora di sfumature
sempre più variegate, mentre il sole inizia
gradatamente a riscaldarci. Sono talvolta stranite
le facce di molti, vuoi per lo stress del viaggio,
vuoi per i postumi della sbornia della serata
prima. L’atmosfera non è ancora quella festosa
di un concerto dei Seedies, anche se le insegne
luminose che riportano la data dell’evento ed il
logo della band, nonché l’enorme foto dell’Angus
di Donington che campeggia sopra il teatro, non
possono che definirsi suggestive.
Verso
le 11 e 30 AM io e il mio amico Mauro riusciamo ad
entrare, consegnamo la stampa dell’email e il
passaporto, paghiamo la miseria di dieci sterline,
assistiamo ai gioviali sorrisi della bella e
giovane banconiera, come dei bambini ci facciamo
legare al polso da altre due ragazze gli anelli di
riconoscimento che ci permetteranno di entrare in
platea, ringraziamo Dio e la buona organizzazione
del Carling e prendiamo la via verso l’albergo
per tentare di riposarci.
Intorno
alle 5 PM siamo nuovamente nel quartiere di
Hammersmith, ormai popolato da miriadi di fan dei
Nostri: fast food, birrerie e strade pullulano di
magliette degli AC/DC, metallari e rockettari
della vecchia guardia, gente che a guardarla ti
pare che abbia vissuto i ’70, gli ’80 e i
’90 tutto d’un fiato sotto l’unica bandiera
di questi bonaccioni di origine proletaria.Le
biglietterie sono ancora aperte e la fila si
estende per centinaia di metri. Alcuni disperati
si aggirano alla ricerca di un biglietto e fra
questi, uno in particolare fa dell’ottima
autoironia:<<Problem child find a ticket>>
ha scritto su di un cartone e pare che questa
trovata gli consenta se non altro di ridere della
propria disgrazia.Chi ha già acquistato il
biglietto, può attendere dietro lo stabile
l’apertura delle porte, che è prevista per le 7
PM.
Ora
certa gente parla, si formano gruppetti di persone
che scambiano opinioni, altri continuano a tacere
o mugugnano qualcosa od altri ancora festeggiano e
rilasciano dichiarazioni enfatiche a delle
giornaliste della TV. Mancano i tradizionali
chioschi per ristoro e vendita della magliette e
soltanto un gruppo di persone ne vende una
tipologia con su scritto davanti <<AC/DC ONE
NIGHT ONLY>> e dietro <<AC/DC at
HAMMERSMITH APOLLO ONE NIGHT ONLY Tuesday 21st
October 2003>>: sono molto semplici e
spoglie, ma rendono l’idea della portata
dell’evento e permetteranno a noi fan di
conservare un ulteriore ricordo della serata.
Prima
della tanto agognata apertura dell’Apollo,
incontro di nuovo –dopo che ci eravamo già
visti la mattina- Marco ACDC Rocks e sua moglie,
che mi affidano l’arduo compito di lanciare la
maglietta di AC/DC Italia a Brian, dato che il
biglietto mi permette di accedere alla platea,
mentre loro devono vedere lo spettacolo
dall’alto.
Scoccano
le 7 PM e finalmente è possibile entrare. Io e
Mauro siamo fra i primi e prendiamo immediatamente
posto in prima fila (!).L’attesa si fa snervante
ed il gruppo di supporto Hundred Reasons suona
senza infamia e senza lode: l’impressione che
ricavo dalla loro esibizione è che sono una delle
tante band del panorama new metal odierno. Sono
energici ed hanno un sound compatto ma niente di
più.Poco dopo il loro congedo, i tecnici del
suono iniziano a mettersi al lavoro e il solo test
delle chitarre di Angus e Malcolm provoca un
brivido (oltre che un boato di approvazione) a
tutti i presenti. Molti stanno ancora prendendo
posto e mancano pochissimi minuti alle 9 PM.
Che
sensazione eterea quando si abbassano le luci! E
che gioia quando entra in scena Angus!
Come
da pronostico la prima canzone è Hell ain’t a
bad place to be, con i rintocchi della batteria di
Phil ad inaugurare le danze! Le chitarre sono
stratosferiche, il ritmo vertiginoso ed Angus
grintoso e in gran forma. Brian indossa una
canottiera viola, la stessa che aveva messo in
quel di Hockenheim.Il palco è piccolo e proprio
Brian ed Angus non faticano ad “abitarlo”,
scorazzando da una parte all’altra dello stage
con noi fan in visibilio. E’ impressionante
l’intesa fra di loro e mi godo “gesti, passi e
moine” che si scambiano. Di tanto in tanto Brian
viene a darci il 5, ed in un’occasione la sua
mano raggiunge anche la mia. Mi è chiaro già da
subito che su di loro l’invecchiamento poco ha
potuto…
Finita
la prima canzone, come di consueto Brian ne
introduce la seconda fra il serio e il faceto,
dicendo al pubblico anglosassone che “è bello
tornare a casa” e dispensando tonnellate di
carisma. Tutti sappiamo che partirà l’attacco
di Back in Black e così è: siamo fulminati! La
band gira, ma sembrano esserci dei problemi
tecnici per la voce di Brian, che da qui in poi
sarà per tutto il concerto abbastanza
innervosito. Di tanto in tanto Joannie beve delle
pozioni (non so se della spremuta o degli
integratori) e ancora convalescente com’è, ce
la mette veramente tutta per cantare ed
intrattenere il pubblico.
In
divisa nera, Angus è scatenato.Dopo Back in Black
parte una veloce Stiff Upper Lip, molto apprezzata
ed ormai rodata alla perfezione.La quarta canzone
è Dirty Deeds Done Dirt Cheap, accattivante e
supportata da un pubblico strepitoso, al quale
spesso Brian porge il microfono, suppongo anche
come palliativo ai già menzionati problemi
tecnici.
Thunderstruck
è il solito tripudio, con Malcolm e Cliff a
“farsi sentire al microfono” ed Angus a
sbizzarrirsi nei consueti assolo.Ma uno dei
momenti clou avviene con Rock’n’roll Damnation,
prima canzone della miniera d’oro di Powerage.
Sembra di essere al più festoso dei party, le
chitarre sono graffianti ed il ritmo forsennato.
C’è lo spirito di Bon che aleggia in quella
canzone, lo spirito di un rocker. Sensazionale!
E
dopo la dannazione del rock’n’roll arriva Hard
as a rock, amatissima ed accolta con trasporto da
tutti noi. “Harder than a rock” dice Angus, ed
anche noi ci sentiamo veramente massicci.
Mentre
Brian presenta The Jack, parte un coro in favore
di Angus; il rumore è così assordante che per un
attimo il frontman si interrompe e sghignazza
assieme al chitarrista.
A
metà della canzone che più rende il pubblico
partecipe e quindi componente attiva dello
spettacolo, parte fra fischi e cori lo
spogliarello di Angus, che dopo averci istigato
cala le brache e sfoggia i boxer con la bandiera
del Regno Unito. L’atmosfera
è favolosa, il divertimento massimo.
Mentre
sta scendendo la campana di Hells Bells e Brian si
prepara per arrampicarcisi, partono in anticipo i
rintocchi: Joannie s’arrabbia e non se ne fa
niente; è per lui già ora di cantare. E
come canta bene questo insostituibile
cavallo di battaglia!
Ma
ecco profilarsi all’orizzonte un’altra perla
del repertorio dei Seedies: la ritmica di Malcolm
fa partire un’indiavolata If you want blood,
indubbiamente il pezzo più entusiasmante e
“pestato” del concerto. Giustamente Marco ha
sottolineato il suono devastante di questa If you
want blood, che da sola valeva le fatiche del
viaggio a Londra.<<Questa mi pare di averla
già sentita!>> dice un Brian sornione,
dando un’occhiata al foglio con la scaletta. Sta
alludendo a You Shook Me All Night Long, che ci
avvolge nella sua tenera e depravata magia di
“dirty song”. Ma
non c’è nemmeno tempo per adagiarsi sulle
scopate romantiche del celeberrimo hit, che la
tosta T.N.T. ci mette tutti in riga: Angus al
microfono grida come un ossesso e il gruppo pigia
a dovere sull’acceleratore.T.N.T. è finita?
Abbiamo per voi una Whole Lotta Rosie al
fulmicotone… è un altro momento clou, in cui il
gruppo da nuovamente il meglio di sé, specie nei
fraseggi fra le chitarre di Angus e Mal.
Siamo
quasi in chiusura e Let There Be Rock ne è il
chiaro sentore. Quasi superfluo dire che Angus
continua a prodursi nei celebri assolo di questo
inno del rock e si dimostra in continuo
miglioramento; la band sta davvero bene e Phil
svolge egregiamente il suo compito. A metà
canzone Angus sale dietro il palco e fa dialogare
la Gibson col pubblico, eccitandoci alla maniera
del suo padre putativo Chuck Berry. Una volta
sceso dalla piattaforma si tuffa a terra per poi
contorcersi come un moribondo, portando i 5000 del
Carling verso l’esaltazione. Mr.
Johnson saluta ed assieme agli altri se ne va
dietro le quinte, ma tutti sanno che no, non è
ancora finita! Highway To Hell è infatti dietro
l’angolo e quando il diavolo spunta
fuori coi suoi cornetti, l’ennesima
emozione è assicurata.
Il
preludio alla fine è ineluttabile quando inizia
For Those About To Rock, spettacolare e supportata
dalle ripetute esplosioni di quattro cannoni. Di
tanto in tanto volgo lo sguardo a qualcuno dei
presenti: ci colgo soddisfazione e sincero affetto
per i Seedies; un tedesco quasi piange dalla
contentezza, un uomo sulla cinquantina si tracanna
il suo superalcolico appagato, ed un ragazzino
olandese che non li aveva mai visti da
l’impressione che il battesimo è andato a buon
fine.
Mentre
le deflagrazioni di For Those About To Rock ci
sommergono (il che poteva avvenire nel senso
letterale del termine, dato che un altro pasticcio
dei tecnici è che alcuni artifici sono implosi
all’interno del cannone invece di esplodere,
causando per fortuna soltanto un surplus di fumo),
parti di vita mi scorrono davanti e mi rammarico
di non poter fare del concerto un “possesso
permanente” della mia memoria. Mi rammarico
insomma di non poter raccontare a voi né tanto
meno a me stesso cosa sia la grandezza degli AC/DC,
la più grande band che io abbia mai conosciuto in
vita. Lancio la maglietta di AC/DC Italia a Brian
ed anche se non l’afferra, considero il concerto
di Londra una gloriosa vittoria.
"Ma
è sempre così: ciò che in un momento
sperimentiamo indivisibilmente e senza problemi
diventa
incomprensibile
e confuso appena tentiamo di avvicinarlo con
catene di pensieri e farne un possesso
permanente.
E quel che sembra grande e remoto finchè le
nostre parole cercano di afferrarlo da
lontano,
diventa semplice e perde ogni qualità inquietante
appena entra nella sfera delle nostre
attività
quotidiane"
Robert
Musil