Album – Flick of the switch

      

Rilasciato in Europa 19 Agosto 1983, il 15 Agosto 1983 in USA, in Australia il 23 Agosto 1983. Registrato ai Compass Point Studios, Nassau, Bahamas. Prodotto dagli AC/DC stessi.

Altro degni di nota:
L’album vede l’abbandono del batterista Phil Rudd, sostituito dal giovane Simon Wright. Pare che altre 2 tracce (‘Out of Bounds’ e ‘Tightrope’) siano state registrate nelle recording sessions, ma non sono mai state rilasciate ufficialmente dal gruppo.

  1. Rising Power
  2. This House Is On Fire
  3. Flick Of The Switch
  4. Nervous Shakedown
  5. Landslide
  6. Guns For Hire
  7. Deep In The Hole
  8. Bedlam In Belgium
  9. Badlands
  10. Brain Shake

Tutte le canzoni firmate (Young/Young/Johnson)

Lineup registrazione:

Angus Young - Chitarra
Malcolm Young - Chitarra
Phil Rudd - Batteria
Cliff Williams - Basso
Brian Johnson - Voce

CANZONI PUBBLICATE COME SINGOLI
- Flick of the switch
- Guns for hire
- Nervous Shakedown

Recensione di Diego “GibsonSG”

Nel 1983 gli AC/DC sono delle superstar, “Highway to Hell”, “Back in Black” e “For those about to rock “ hanno imposto i cinque australiani come la più grande Hard Rock band, conquistando tutti i mercati mondiali, e soprattutto finalmente quello americano.Questa scorpacciata di successo e di superproduzioni, (ricordiamo che tutti e tre gli album dal 79 all’81 vennero prodotti dal genio Mutt Lange), non mancò di risparmiare agli AC/DC, quella lieve (o alle volte grave), crisi da strasuccesso. Questa condizione, comunque nuova, cominciò leggermente a stancare i nostri, stufi di essere stracoccolati a destra e a manca, stufi delle superproduzioni, e forse, anche se non lo sapremo mai, non completamente soddisfatti del mutamento del sound, soprattutto su “For those about to rock” molto più morbido dei precedenti. Fu a questo punto che, Malcolm Young, oramai cervello indiscusso della band, mise in atto un grande repulisti di personale, e una volta licenziati vari membri dello staff, considerati superflui, il manager, e addirittura Lange dal ruolo di produttore, prese una decisione che negli anni futuri avrebbe pagato, produrre da soli i propri album.

E fu così, preso l’aereo per i Compass Point Studios di Nassau, Angus e Malcolm Young produssero “Flick of the Switch”, l’album “americano” del gruppo, che insieme a “Fly on the Wall” del 1985, rappresenta il tentativo di rinnovamento del sound attuato dalla band negli anni 80. “Flick of the Switch”, che pur non contenendo superclassici, e bersagliato dalla critica, si rivela essere una degli album più energici in assoluto, molto “loud” e aggressivo, l’obbiettivo venne infatti raggiunto, ridare una carica di grezzo Rock, e togliere quella patina lievemente commerciale che il gruppo aveva assunto negli ultimi 2 anni.

Che però ricordiamolo, donò loro un successo stratosferico, diciamo quindi un leggero passo falso, ma all’insegna del caro vecchio Rock n’ roll. “Rising Power”, è già una sorpresa, uno stile rinnovato, gli AC/DC qui suonano molto più “moderni”, il brano è di facile presa e ci dimostra subito cosa gli AC/DC intendono fare nelle rimanenti 9 tracce, ovvero un’hard rock roccioso, graffiante e come al solito, senza compromessi.

Il secondo brano è il mio preferito, “This house is on fire”, il riff iniziale è a mio parere epico, e come dicevo prima, molto americano, un brano dove gli AC/DC riappaiono sempre più convinti, ma in questo caso non alla ricerca di conferme, come negli album precedenti, ma piuttosto un ritorno alle origini, però squisitamente attuale, molto “1983”. La title track “Flick of the Switch”, è una festa di Rock’n roll, un brano travolgente, quasi celebrativo, uno dei principali artefici del sentore così festaiolo che domina l’intero album, che ci conduce a “Nervous Shakedown” e “Landslide”, dove però il livello scende inesorabilmente.

I brani pur avendo una grande carica, hanno però mancanze di altro livello, molto più significative, idee e originalità. I pezzi infatti, pur essendo perfettamente in sintonia con un’album tutto sommato di buon livello, tendono ad essere leggermente monotoni, e soprattutto “Landslide” un po’ troppo “forzati”.

Sicuramente la lavorazione dell’album è stata compromessa dai gravi malumori che imperversavano nella band, infatti durante la lavorazione dell’album, Phil Rudd, batterista fin dal 1975, lascia la band in malo modo, causa incomprensioni, droghe, e sicuramente la ferita Bon Scott, evidentemente mai rimarginata. Ed a questo proposito che il mio discorso si ricollega alla “famiglia”, senza un membro che così tanto aveva donato alla band, perdita che sicuramente spezzò qualcosa di magico creatosi negli anni più duri, e che neanche il grande successo riuscì a ricucire, anzi, forse l’idea che Bon Scott fosse morto poco prima del grande salto, rese la cosa ancora più tragicamente assurda. Le registrazioni a quanto pare vennero concluse da un session-man, anche se nella biografia ufficiale non se ne parla, e comunque il clima poco distensivo, sicuramente finì per pregiudicare anche la stesura di certi brani, forse chiusi troppo in fretta, da qui il mio sentore di “forzato” in merito a “Landslide”.

Il lato B dell’album è invece un grande riscatto, “Guns for Hire” è un brano fantastico, con energia da vendere, un piccolo capolavoro con una lieve impronta di Heavy Metal, impercettibile ma presente. Trascinante e festoso venne scelto per aprire i concerti, a mio parere una delle migliori aperture di sempre, anche perché lasciava libero campo ad Angus Young nel dare il via, completamente solo, alle serate.

“Deep in the hole”, porta avanti il filo del discorso imbastito dall’album, un riff minaccioso e irascibile, classico nello stile AC/DC di quel periodo, che poi si tramuta in “Bedlam in Belgium”, e qui la festa continua!!!! Un altro brano da cantare a squarciagola, un ritornello allegro e nello stesso tempo fiero e senza fronzoli, tipico dell’Hard Rock più bastardo e stradaiolo.

L’album si chiude con “Badlands” e “Brainshake”, e tutti i conti tornano, i pezzi sono perfetti componenti dell’album, a mio avviso non semplice da recensire, in quanto valutabile più che altro nell’insieme, che nei singoli pezzi, essendo un’episodio ben specifico, e con delle scelte musicali che non vanno oltre le aspettative prefissate dalla band in quel periodo.

Un’album particolare, bello ed energico, affascinante e con uno stile molto “americano”, sottovalutato dalla critica e meno apprezzato di altri dischi, è in realtà un’episodio di grande carisma e di rinnovata personalità.