Album – Ballbreaker

  

Rilasciato in Europa e Australia il 22 Settembre 1995, il 25 Settembre 1995 in USA. Registrato a Los Angeles, USA. Prodotto da Rick Rubin

Altro degno di nota:
Phil Rudd ritorna dopo 12 anni alla batteria, dopo aver incontrato di nuovo la band nel backstage di un concerto in Nuova Zelanda al termine del ‘The Razor’s Edge Tour’. Nel frattempo si era dedicato agli elicotteri ed aveva abbandonato la batteria a livello professionale.

  1. Hard As A Rock
  2. Cover You In Oil 
  3. The Furor
  4. Boogie Man
  5. The Honey Roll
  6. Burnin’ Alive
  7. Hail Caesar
  8. Love Bomb
  9. Caught With Your Pants Down
  10. Whiskey On The Rocks
  11. Ballbreaker

Tutte le canzoni firmate (Young/Young)

Lineup registrazione:

Angus Young - Chitarra
Malcolm Young - Chitarra
Phil Rudd - Batteria
Cliff Williams - Basso
Brian Johnson - Voce

CANZONI PUBBLICATE COME SINGOLI
- Hard as a Rock
- Hail Caesar
- Cover you in oil

Recensione di Berry

Un nome su tutti, che è quello di Rick Rubin: per questo produttore di origine ebrea un passato come DJ nei Beastie Boys, poi la sua dipartita come membro del gruppo e la fondazione dell’etichetta Def Jam insieme al compagno Russell Simmons. Tout court, si può dire che Rubin si è spostato dalla scena punk a quella dell’hip hop da strada, contribuendo lui stesso in larga misura a far crescere il fenomeno, campionando celebri pezzi come “Walk This Way” dei Run-D.M.C., confezionando il suono dei primi pezzi di LL Cool J ed altri artisti stradaioli.

A Rubin va quindi anzitutto, il merito di aver interpretato nella maniera più efficace e “produttiva” (perdonatemi l’eufemismo) il rap dei primi anni 80, per poi mettersi in proprio con l’etichetta Def American di Los Angeles e continuando a riscuotere successo (e soldi).

Passano gli anni e i Red Hot Chili Peppers dell’album “Blood Sugar Sex Magic”, nel 1991 si impongono al mondo intero per le inconfondibili sonorità funky e giunti come sono al loro apogeo creativo, ottengono il massimo consenso del pubblico (e delle vendite). E indovinate chi c’è alla produzione? Ma che casualità! Alla produzione c’è il signor Rick Rubin… Può bastare?

Verrà il momento più avanti negli anni, in cui un gruppo sconosciuto, tali AC/DC, dopo un breve tour della durata complessiva di due anni per centinaia di date, dopo circa vent’anni di carriera passati fra un “High voltage” e un “Back in Black”, si imporranno finalmente all’attenzione di questo ormai facoltoso magnate del disco.

Le condizioni per fare bene ci sono: sembra ci sia la stima reciproca fra le due parti, un’approfondita conoscenza del mondo dello show business e quindi delle esigenze del pubblico ed infine la simpatia, questo mafioso sentimento. Si lavora con calma al nuovo album degli AC/DC che nel 1995, a ben un lustro di distanza dall’ultimo lavoro di studio della band australiana, vede la luce.

Prima di descriverlo, meglio dire com’è andato: confortanti i dati di vendita (1 milione di copie vendute), lunghissimo il tour di promozione intrapreso, azzeccatissima l’intera operazione “Ballbreaker”.

L’album: copertina e libretto con i testi sono interamente disegnati con uno stile fumettistico dalla Marvel, che fa un lavoro gradevole ed inedito per un album degli AC/DC. Le illustrazioni sono colorate, sofisticate ma soprattutto romaniche nello stile: quella vicina al testo di “Hail Caesar” è in bilico fra la demagogia di un Mussolini o proprio di un Giulio Cesare, imperatore che esprime il suo potere. Non credo che si tratti di scelte casuali, conoscendo la tremenda ironia degli Young. Già descrivendo la “Money Talks” del precedente album, Angus si era infatti così espresso:

<>. Credo che per “Hail Caesar” lo schema si ripeta, con la sola differenza che questa volta chi viene preso in giro sono i cesari del nostro tempo, i dittatori e i demagoghi fasulli. Non si sottraggono da questa analisi “The Furor” e “Boogie Man”, anche se i testi sono meno espliciti e in esse si possono trovare diversi significati, anche più ingenui.

Il resto dei testi e delle illustrazioni gira quasi esclusivamente intorno ad argomenti sessuali o all’alcool (“Whiskey on the Rocks”), fra le rime baciate e i giochi di parole degli Young.

Il sound: corposo come sempre, differisce dal quello di “The Razors Edge” per un’impostazione ancora più moderna (fa strano parlare di modernità con gli AC/DC) che non penalizza le caratteristiche originarie della band e si esprime nella chiarezza dei suoni dei singoli strumenti (non avevo mai goduto così tanto della batteria di Phil in precedenza!). Dai primordi qualcosa è cambiato, ma la classicità del metallo pesante (come aveva scritto su un quotidiano un giornalista proprio il giorno precedente al concerto degli AC/DC a Torino nel 2001) è la medesima.

Le canzoni: “Hard as a Rock” si apre con un basso pulsante che ricorda quello di “Live Wire” ma a differenza di quest’ultima, è immediato l’ingresso della Gibson di Angus e la batteria di Phil, a cui poco dopo si unisce anche la ritmica di Mal. “Hard as a Rock” suona che è un piacere! “Cover You in Oil” è sulla stessa linea d’onda di “Hard as a Rock”, basata su accumulo con ovvia esplosione nel potente coro in cui viene più volte urlato il titolo della canzone. “The Furor” è rabbiosa e come sempre fa leva sulla voce di un Brian che si spreme fino all’ultima goccia. “Boogie Man” è probabilmente la più interessante soluzione di tutto l’album, semplicissima nella sua esecuzione di brano blues alla John Lee Hooker ed evocativa di “scenari della New York by night” specie all’inizio, quando Brian sussurra i propri peccati immedesimandosi nella parte dell’uomo nero. “The Honey Roll” è abbastanza lenta ed anche per questo simile ad alcune canzoni del recente “Stiff Upper Lip”.

“Burnin’ Alive” è commovente nel suo grido di battaglia ed ispiratissimi sono gli assolo di Angus. “Hail Caesar” è una delle migliori canzoni dell’album, non a caso inclusa nella scaletta del tour di “Ballbreaker”. “Love Bomb” nell’attacco iniziale assomiglia alle recenti “All Screwed Up” e “Give it Up”, ma a loro differenza prende via via un andamento più complesso. “Caught Whith Your Pants Down” stupisce per la sua rabbiosa velocità. “Whiskey on the Rocks” è una bevuta selvaggia, di whiskey nella fattispecie. La title track “Ballbreaker” è pure una “canzone da concerto”, un crescendo di emozioni per una durata di 4 minuti e mezzo.

Conclusioni: un buon album, che non ha deluso le aspettative di noi, fan del pianeta AC/DC.